Strati di neve e libertà
Aspettavamo a curidda (codirosso). Chissà se le mie sorelle lo ricordano ancora.
Quando arrivava lui la neve non era più un’idea, diventava imminente.
Aspettavamo che nevicasse ogni anno con sicurezza. Sarebbe arrivata alta, avrebbe
bloccato tutto il paese e per noi che abitavamo in cima a Santa Caterina, ancora di più.
Lì la neve si faceva sentire diversa. Le strade erano ampie - e lo sono ancora -
di pietra arenaria del posto, bordate da una fila di pietre laviche dell’Etna
che disegna il percorso fino in fondo alla via.
Appena più su a Nivera, la pineta nella mia memoria grandissima, uno dei punti più freddi del paese.
Il ghiaccio era la cosa più seria, più della neve. Perché si attaccava alla pietra e si faceva
pavimento per settimane.
Guardavo i fiocchi scendere copiosi e merlettati. Mi sembravano i centrini al chiacchierino di zia Enza.
Tesi e precisi, come se anche il filo dovesse stare al suo posto. Vedevo la stessa cura nel bianco che cadeva,
come se dita veloci lo ricamassero nell’aria prima di lasciarlo andare.
Un giorno, avevo circa cinque anni, uscii di nascosto. Aprii la porta e… sprofondai.
La neve mi prese fino alla pancia, mi bagnò, mi gelò i piedi. Provai a camminare lo stesso
ma tornai indietro piangendo. Poi mi cambiai e uscii di nuovo. Mi sentivo pronta, e nella testa
avevo già il modo di starci dentro, di giocarci.
Mio padre aveva costruito uno slittino con legno di riciclo, bello quanto pesante!
Io e le mie sorelle scendevamo lungo la via ridendo e urlando come una vignetta dei Peanuts, ma vera!
La salita non ci interessava. Ci si dava il cambio e poi via, ancora, come se il tempo fosse infinito.
Allora mi sembrava del tutto consueto: la neve, tutti gli anni.
Da quando vivo di nuovo in Sicilia, il cambiamento del clima mi è diventato più chiaro.
La spero ancora la neve, con lo stesso desiderio che mi tiene qui.
Eppure, ogni inverno, la sua assenza dice qualcosa.
Come se il tempo sapesse essere più severo adesso, più attento nel concedere.
Non è un capriccio, è una risposta.
Vittorio e Sibilla non hanno avuto la stessa fortuna.
Eppure mi basta sapere che da qualche parte sta nevicando,
perché qualcosa di allora è ancora possibile. Anche per loro.
Ne parlo insieme a Gio che con le mappe e con il territorio ha un’intesa naturale,
come se sapesse sempre dove guardare. Scegliamo un punto, decidiamo la direzione,
e poi ci andiamo tutti e quattro!
Camminiamo nella neve appena caduta e le cambiamo forma con i nostri passi.
Così, insieme alle tracce degli animali passati prima di noi, immaginiamo una scrittura nel bosco.
In mezzo a quel bianco ho capito che la gioia è un sentimento generoso, arriva e allarga
lo spazio per farci stare bene. Come la neve che sembra tornare al suo posto.
Strati di neve e libertà.